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Governo senz’anima

23 de dezembro de 2019 - Por Stefano Buda
Governo senz’anima

Cammino in salita per il Conte Bis: dopo la disfatta in Umbria, le regionali in Emilia Romagna si annunciano decisive e intanto in piazza arrivano le “Sardine”

Il nuovo governo giallorosso, guidato dallo stesso premier del precedente esecutivo e dallo stesso partito di maggioranza relativa, naviga a vista. La maggioranza è cambiata, l’alleanza tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico ha sostituito quella tra i pentastellati e la Lega di Matteo Salvini, e l’asse politico del governo si è spostato da destra a sinistra. Le conseguenze più tangibili sono che il clima politico si è rasserenato, la credibilità internazionale si è rafforzata e gli attriti con l’Europa sono spariti. Il cammino del Conte Bis, tuttavia, resta in salita e si presenta ancora irto di ostacoli. L’improvvisa alleanza tra M5s e Pd, da sempre acerrimi nemici, non scalda i cuori dei rispettivi elettorati. In più la maggioranza resta in piedi anche grazie al sostegno di Italia Viva di Matteo Renzi, che ha abbandonato il Pd per occupare lo spazio più a destra della coalizione, e di Liberi e Uguali, la forza più piccola e più a sinistra che sostiene il governo. È soprattutto Renzi, però, a non perdere occasione per punzecchiare l’esecutivo e prendere le distanze dalle sue scelte, dichiarandosi leale a Conte, almeno a parole, ma di fatto indebolendo e destabilizzando la sua azione di governo.

Governo in cerca di un’anima

È inutile girarci intorno: l’esecutivo giallorosso non è frutto di un’alleanza politica armonica ed omogenea, ma è nato per sbarrare la strada alla straripante ascesa della destra leghista e per restituire stabilità ad un Paese che, tanto sul fronte interno quanto a livello internazionale, ha rischiato di sbandare paurosamente. L’obiettivo dichiarato era quello di scongiurare l’aumento dell’Iva, che avrebbe impoverito ulteriormente gli italiani. Obiettivo centrato grazie alla nuova manovra di bilancio, che tuttavia non entusiasma gli italiani. Non entusiasma la manovra, come più in generale non entusiasmano Conte e la sua squadra.

“Il governo trovi un’anima — ha ammesso pubblicamente il segretario del Pd, Nicola Zingaretti — o rischiamo tutti”. Zingaretti ha centrato perfettamente il problema, perché oggi come oggi il Governo non ha un’anima, non è in grado di esprimere una visione di società e non è nelle condizioni di proporre ai cittadini non tanto un sogno — che sarebbe davvero chiedere troppo — ma quanto meno un modello, un percorso, una prospettiva sulla quale valga la pena investire e scommettere. Di riflesso crescono i consensi per la destra populista, rappresentata da Lega e Fratelli d’Italia, portatrice di un messaggio senza dubbio semplificativo, ma in ogni caso chiaro e diretto: lotta all’immigrazione, lotta contro le burocrazie e le elite europee, recupero della sovranità nazionale. Un messaggio che indica senza esitazioni obiettivi e nemici — quasi sempre, in realtà, capri espiatori — e che trova terreno fertile in un Paese di grande sofferenza.

Il governo giallorosso, per evidenti limiti strutturali, non appare invece in grado di elaborare una narrazione altrettanto solida ed efficace: innanzitutto perché quando si governa, come sa bene Salvini che ad agosto se l’è data a gambe levate, risulta tutto molto più complicato. E poi perché M5s e Pd sono forze politiche lontane anni luce l’una dall’altra. Forse meno lontane, politicamente, di quanto lo fossero M5s e Lega, ma sicuramente più lontane, sul piano della carica innovativa, dell’intransigenza e dello spirito rivoluzionario, di quanto lo fossero Di Maio e Salvini.

Percorso ad ostacoli

Sono tante le criticità che il Governo è stato costretto ad affrontare negli ultimi mesi: dal rischio chiusura del polo siderurgico dell’Ilva di Taranto, strategico per l’assetto industriale del Paese, alle fragilità infrastrutturali del territorio, rese ancora più evidenti dalle recenti ondate di maltempo, da una ripresa economica che stenta a decollare ai nodi riguardanti Alitalia e le reti autostradali, per arrivare ai contrasti su riforme delicate come quella della giustizia. Rilevanti, al riguardo, le diversità di visioni e di approccio tra i principali azionisti di maggioranza del Governo: M5s e Pd.

I contrasti sono stati ulteriormente acuiti dai sondaggi, che confermano la crescita della Lega e il calo costante del M5s, e soprattutto dagli ultimi test elettorali, come quello delle regionali in Umbria, dove Pd e M5s si sono presentati insieme, perdendo rovinosamente il confronto con il centrodestra a trazione leghista. E proprio il caso umbro è l’emblema delle tante contraddizioni e difficoltà della “strana” alleanza tra Pd e M5s: in Umbria, infatti, il centrosinistra governava da decenni e la giunta regionale a guida Pd è stata spazzata via, pochi mesi prima delle elezioni, da un’inchiesta giudiziaria nata proprio dalle denunce dell’opposizione pentastellata. Quando poi, al momento del voto, gli elettori si sono ritrovati Pd e M5s nelle vesti di alleati, è stato naturale lo smarrimento generale.
Smarrimento che persiste, anche nel resto del Paese, tra ampie sacche elettorali dei due partiti e in particolare nell’area di matrice pentastellata. E’ stato il fondatore Beppe Grillo, la scorsa estate, ad imporre a Di Maio di scendere a patti con il Pd, ma questa linea, proprio nelle ultime settimane, ha ricevuto una secca bocciatura dal popolo del M5s, che si è espresso tramite le consultazioni online: agli attivisti pentastellati era stato chiesto di pronunciarsi in merito all’opportunità di presentarsi o meno, senza allearsi con il centrosinistra, alle prossime regionali in Emilia Romagna e in Calabria. Non presentarsi, come avrebbero voluto Di Maio e Grillo, avrebbe significato consentire al Pd di competere con il centrodestra. Presentarsi autonomamente, come ha deciso il 70% degli attivisti, significa invece ridurre al minimo le possibilità di sbarrare la strada alla Lega, rendendo concretissimo il rischio di consegnare a Salvini una regione simbolo come l’Emilia Romagna, da sempre governata dal centrosinistra. Se il centrodestra conquistasse l’Emilia Romagna, peraltro, sarebbe elevato il rischio di una crisi di governo, perché ci troveremmo dinanzi alla certificazione che le forze di governo non godono più del consenso necessario nel Paese. Ancora una volta, allora, è dovuto scendere in
campo Grillo.

Dal nuovo patto di governo alle “sardine”

Di Maio, all’indomani delle consultazioni online, ha riconosciuto che il risultato divergeva dai suoi auspici, ma ha assicurato che si sarebbe attenuto alle indicazioni degli attivisti. Poche ore dopo Grillo è piombato a Roma e, nel corso di una concitata riunione, ha di fatto commissariato Di Maio, mettendo in discussione l’esito delle consultazioni online e rilanciando l’alleanza con il centrosinistra, che ha definito “una straordinaria opportunità”. Di Maio, culturalmente più vicino alla destra, sta provando a resistere alla morsa di Grillo in nome dell’autonomia politica del movimento, ma è probabile che alla fine non possa fare altro che adeguarsi: d’altronde sa bene che Grillo è l’unico a potergli garantire di restare il capo politico del movimento, tenendolo al riparo dai forti malumori interni, provenienti soprattutto dalla componente pentastellata che non ha mai smesso di flirtare con la Lega. Grillo, d’altronde, è padre, ideatore e fondatore del M5s, il suo volto e le sue urla sono la faccia e la voce dei pentastellati. Di conseguenza la sua leadership assoluta, almeno per il momento, risulta difficilmente attaccabile e la sua linea non si discute. Non si discute per il carisma del guru pentastellato e per ciò che rappresenta la sua figura, ma anche e soprattutto perché, se saltassero gli attuali equilibri, cadrebbe il Governo e la gran parte dei parlamentari pentastellati tornerebbe a casa senza trovare posti in lista alle prossime elezioni.

Via libera, dunque, al rilancio dell’alleanza con il centrosinistra. Un rilancio voluto da Grillo e subìto da Di Maio che peraltro, in chiave interna, soffre ogni giorno di più il protagonismo del premier Giuseppe Conte. Sono in molti, in effetti, a scommettere su Conte come successore di Di Maio alla guida del M5s. Ma tornando all’alleanza di governo, il rilancio passa per un nuovo patto, al quale stanno lavorando in questi giorni gli esponenti di Pd e M5s. Un patto che finora ha visto il raggiungimento di un’intesa su 26 punti. È l’estremo tentativo di dare nuovo smalto — e quell’anima evocata da Zingaretti — all’esecutivo giallorosso.

Nel frattempo lo sguardo è già rivolto alle elezioni in Emilia Romagna, in programma il prossimo 26 gennaio, quando si terrà quella che si annuncia come una battaglia campale. I partiti, già da qualche settimana, sono in piena campagna elettorale e anche la società civile è in fermento. A Bologna e poi a seguire a Modena, Parma, Ferrara e in altre città della regione, negli ultimi tempi è sceso in piazza un nuovo movimento, quello delle “Sardine”, che vede protagonisti soprattutto i più giovani. Ragazze e ragazzi che rivendicano la propria estraneità ai partiti, che chiedono alla politica risposte più serie ed efficaci e che non vogliono cedere alle scorciatoie prospettate da Salvini. In pochi giorni le “Sardine”, dall’Emilia Romagna, si sono estese a macchia d’olio in tutta Italia, riempiendo le piazze delle principali città dello Stivale. Secondo alcuni osservatori la comparsa di questo movimento, che ha trovato ampio spazio sui media, è il frutto di un preciso calcolo politico, mirato a spingere il Movimento 5 Stelle, particolarmente sensibile agli umori della piazza, tra le braccia del centrosinistra di Zingaretti. A giudizio di altri si tratta invece di un movimento spontaneo e genuino, che interpreta gli stati d’animo di quell’ampia porzione di elettorato deluso tanto dal centrosinistra quanto dal M5s, che ha smesso di votare o che rischia di andare ad ingrossare il partito del non voto, ma che al tempo stesso non si rassegna a finire nelle mani della destra populista. Solo le urne, in ogni caso, saranno in grado di pesare la reale consistenza di questo nuovo movimento.

Comunità Italiana

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