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È morto Lino Capolicchio, attore protagonista de «Il giardino dei Finzi Contini»: aveva 78 anni

04 de maio de 2022 - Por Comunità Italiana
È morto Lino Capolicchio, attore protagonista de «Il giardino dei Finzi Contini»: aveva 78 anni

Con la morte, a 78 anni, di Lino Capolicchio, scomparso a Roma la sera del 2 maggio per una lunga malattia che la famiglia ha voluto tenere riservata, se ne va un attore rimasto sempre negli anni giovane e in cui si riconosce molto del miglior cinema italiano degli anni 70, evitando ogni facile classificazione: non fu un sex symbol, né un proletario, né un borghese, né un radical chic, ma tutte queste cose insieme, erede sia di Salvatori sia di Ferzetti, passando infatti dal Premio Valentino per «Amore e ginnastica» al premio De Sica nel 2012.

Così, pronto per giocare a tennis, disperatamente elegante in epoca fascista, lo si ricorda perfetto nei panni di Giorgio amico della famiglia Finzi Contini nel premiato (anche con Oscar al miglior film straniero) film di De Sica, tratto dalla più nota storia ferrarese di Giorgio Bassani che fu, all’Accademia, uno dei primi insegnanti dell’attore che, nato a Merano il 21 agosto 43 e cresciuto a Torino, presto si trasferì a Roma. Dove studia e si applica per completare il suo istinto dichiarato di attore con una naturale ma frenata voglia di esibirsi: frequenta l’Accademia, viene a contatto con la classe dirigente dei registi di allora, da Patroni Griffi ad Avati, con cui farà cinque film variamente diabolici, a Franco Zeffirelli che gli regala una comparsata d’onore nella «Bisbetica domata» a tu per tu con Burton. Ma prima ancora del cinema, Capolicchio fece l’Università in teatro con Strehler, nelle «Baruffe» goldoniane e nel «Gioco dei potenti» scespiriano, e poi due Miller, con Raf Vallone nello «Sguardo dal ponte» e «L’orologio americano» diretto da Petri.

Uomo di spettacolo a 360 gradi, attivo in tv in prosa e sceneggiati come «Il conte di Montecristo», anche regista d’opera pucciniano, apprezzato docente al Centro Sperimentale dove allevò una generazione di attori, dalla Ferilli alla Forte a Boni, ed ebbe come spettatore niente meno che Coppola.

Queste ed altre avventure, umane e professionali, dentro e fuori dal set e dai camerini, le racconta nella sua autobiografia «D’amore non si muore», parafrasando un suo film tratto da una commedia best seller di Patroni Griffi, in un momento felice per lo spettacolo in Italia in cui Capolicchio divenne, con calcolate sfumature di ambiguità, attore di sfacciata giovinezza, padrone di diversi ambienti e geografie, dallo snobismo borghese romano di «Metti, una sera a cena» di Patroni Griffi (sceneggiato da Dario Argento, ritmato dal refrain di Morricone, grande cast) all’autostoppista milanese che finisce in spyder nel «Giovane normale» di Risi tratto dal libro di Umberto Simonetta. Capolicchio è richiesto, lavora con tutti, dal ribelle Faenza allo storico Lizzani a De Santis, cinema off e cinema di tradizione, è a proprio agio in varie epoche storiche, ma certo Pupi Avati, che ha sempre amato avere una sua compagnia stabile di attori, scopre un suo lato gotico, misterioso e nascosto, iniziando alla grande con «La casa dalla finestre che ridono» una collaborazione che arriva a “Il signor Diavolo”, passando per un 700 in cui Lino fu papà di Mozart e due serie tv «Jazz band» e «Cinema!».

Una lunga serie di titoli, un giro d’Italia dei vari tipi umani e modelli registici, la capacità di osservare da vicino il passato, ed anche esperienze all’estero. Sul piccolo schermo lavora coi migliori come Sandro Bolchi e Fenoglio, affrontando, allora si poteva fare!, il miglior teatro contemporaneo, da Pinter a Wesker, senza negarsi il tocco nazional popolare del «Verdi» di Castellani e della «Casa Ricordi» di Bolognini. E rimane un suo legame con il melò americano di Tennessee Williams che lo vede oggetto di desiderio prima in «Zoo di vetro» e poi in teatro con la Falk in «La dolce ala della giovinezza». Capolicchio ha la fortuna di non identificarsi in una tipologia e di lavorare con i maestri di opposte tendenze, anche l’innovativo Ronconi televisivo nella «Commedia della seduzione» di Schnitzler: è un attore colto in un sistema di spettacolo che, al di là dei premi e della sua popolarità, rispondeva alle sue curiosità anche di regista, docente e sceneggiatore, di un attor rimasto per il pubblico sempre giovane. (Corriere della Sera)

Comunità Italiana

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