Gaetano Moscato, 71 anni, è sopravvissuto alla strage che provocò 86 vittime e centinaia di feriti, ma ha perso una gamba. «Ho incontrato decine di psicologi. Continuo a svegliarmi, a rivedere tutto. Vorrei solo dormire, non vederlo più»

Succede sempre intorno alle due di notte. «Che strano, penso guardando il muso del Tir che mi sta venendo addosso. Cosa ci fa qui un camion, in mezzo a tutta questa gente? Poi cado a terra. Riesco a girarmi all’indietro, ruotando su me stesso, perché c’è qualcosa che non va con il mio corpo. Vedo la mia amica Carla sdraiata sull’asfalto, ma è in una posizione strana. Mia figlia Silvia è china su di lei. Sta gridando a sua figlia Matilde che cerca di abbracciarla. “Non farla addormentare, non farla addormentare”. Carla solleva la testa, riesce ancora a dire qualcosa. Ma io sono lontano, non riesco a sentire. Mi volto verso il punto dove sono stato investito. Vedo la mia gamba sinistra. È lontana un paio di metri da me. Urlo, ma non mi esce nessun suono dalla bocca. Infine mi sveglio».

Gaetano Moscato è seduto in riva al mare. La spiaggia libera di Magnan dista 150 metri da quella scena che rivive ogni volta che chiude gli occhi. Spegne la luce alle 23, il ricordo arriva inevitabile tre ore dopo. Il sonno ritorna solo al mattino, quando ritorna. Dietro di lui i lavori sulla Promenade des Anglais sono quasi finiti, il cantiere sta smobilitando. Per domani sarà tutto pronto. È passato un anno, ma sembra un secolo.

La strage di Nizza avrebbe dovuto essere l’orrore definitivo. Le scarpette e i giochi abbandonati, i passeggini accartocciati, le pozze di sangue rappreso sulla Promenade. Il camion guidato da Mohamed Bouhlel aveva puntato per prima una giovane donna, e subito dopo i suoi bambini che guardavano i fuochi d’artificio della Festa nazionale. Aveva cercato e ottenuto il massacro totale e indiscriminato, 86 vittime, centinaia di feriti, mutilati e straziati, il punto di non ritorno, come in un certo senso lo fu per la Francia, che quella notte tolse per sempre la fiducia a un presidente che non riusciva a proteggerla. Ma poi è venuto lo sgozzamento di padre Hamel a Rouen, e poi sono arrivate le repliche di Nizza. A Berlino, Stoccolma, Londra, e poi Manchester, ancora Parigi, ancora Londra e chissà cos’altro e dove altro ancora. «Cerco di guardare le televisione il meno possibile, di non pensare a nulla. Cerco di vivere in un’altra dimensione. In un mondo diverso. Ma so che ci saranno altre stragi. Questa maledizione non ce la toglieremo mai».

Nella stanza al quinto piano dell’ospedale Pasteur, Moscato aveva parlato con tenerezza del suo gruppo di amici, famiglie piemontesi e liguri unite all’inizio dalla multiproprietà delle villette a schiera nella zona di Magnan e poi dall’affetto reciproco. «Facevamo gruppo fisso. I nostri figli sono cresciuti insieme. Ormai ci siamo dispersi. Non hai voglia di parlare con chi condivide lo stesso trauma». L’ex dirigente dell’Olivetti dagli occhi chiari e dall’espressione buona era diventato il nonno eroe per esigenza di sintesi giornalistica, salvatore di sua figlia e degli altri ragazzi. Ma alla fine erano solo semplificazioni, come quasi sempre accade. La realtà era il suo sguardo abbassato quando gli era stato chiesto se aveva notizie di Carla. Non aveva detto niente, Gaetano. Aveva solo taciuto. «Sento regolarmente Matilde e suo marito. Non torneranno più a Nizza. Sono le uniche vittime con le quali ho rapporti. Con gli altri non me la sento. Ho smesso anche di leggere i messaggi sulla mia pagina Facebook. Non ce la faccio».

A settembre proverà con una cura americana, come la chiama lui. Un metodo clinico basato della desensibilizzazione del proprio vissuto attraverso i movimenti degli occhi. «Mi hanno detto che è una psicoterapia utilizzata per i terremoti e le grandi catastrofi. Finora non ha funzionato niente. Continuo a svegliarmi, a vedere quel che ho visto. Avrò girato cento psicologi. Forse sono io che sono rassegnato». Moscato divenne il nostro appunto a futura memoria della strage di Nizza.

Ogni volta che ci si specchia nell’abisso c’è bisogno di una storia che restituisca un minimo di speranza. E la riabilitazione di un uomo di 71 anni, il «nonno eroe» che ricomincia a camminare grazie al Centro protesi di Budrio e festeggia il Natale nella sua casa di Chiaverano, nel Canavese, era una bella storia. Lo avevano invitato al Festival di Sanremo per raccontarla. Lui ci era andato perché sperava che gli fosse d’aiuto per quel buio nella sua testa.

Il tempo passa, e la memoria degli altri svanisce. Il destino delle vittime è questo. Rimanere soli con se stessi, cercare il coraggio per tornare a Nizza. A giugno Moscato ha deciso che lo avrebbe trovato. Lo Stato italiano lo ha dichiarato invalido al cento per cento ma ancora non gli riconosce il diritto all’accompagnamento. «Magari ricomincia a ballare e saltare come prima», gli ha detto una impiegata dell’Inps. L’idea di una class action contro lo Stato francese è rimasta tale. «Non credo di essere il solo a essere ancora inseguito da quel camion. Io vorrei soltanto dormire, e dimenticarlo». La sera del 14 luglio 2016 il signor Moscato aveva fatto con il suo telefonino tante foto dei fuochi artificiali, e dei suoi amici che ridevano. Non ha ancora trovato il coraggio di guardarle. (Corriere)