Il verdetto della Consulta che ha riconosciuto la legittimità del decreto Poletti del 2015 sulla rivalutazione delle pensioni più basse deve aver fatto tirare un vero sospiro di sollievo al governo, alle prese con la manovra. La bocciatura avrebbe potuto infatti costare allo Stato, leggiamo sul Secolo XIX, fino a 30 miliardi di euro. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, si è detto “soddisfatto” per la sentenza “perché ha stabilito la bontà del nostro lavoro e il rispetto dei principi costituzionali”.

Dopo il blocco dell’adeguamento all’inflazione voluto dalla riforma Fornero, poi giudicato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale in quanto “violava il diritto costituzionalmente fondato” a una pensione adeguata, l’esecutivo era intervenuto ripristinandolo totalmente per le pensioni superiori di tre volte alla minima e in percentuali via via ridotte con l’aumentare dell’assegno, per lasciare del tutto fuori chi riceve un trattamento sei volte superiore alla pensione minima. Una bocciatura del decreto avrebbe quindi costretto il governo a rimborsare tutti coloro che erano stati esclusi, sei milioni di pensionati secondo i ricorrenti. Il supremo tribunale ha invece riconosciuto che la norma “realizza un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica”. Sono pertanto state respinte le 15 censure di incostituzionalità sollevate da alcuni tribunali e da una sezione della Corte dei Conti, una delle quali riguardava proprio la “ragionevolezza del decreto”.

Le origini della vicenda

“La questione trae origine dal cosiddetto decreto legge “Salva Italia” che, per mettere in sicurezza i conti pubblici a fine 2011, bloccò per il biennio 2012-2013 la rivalutazione delle pensioni, salvando la perequazione solo per gli assegni di importo massimo non superiore a 1.404 euro lordi, cioè 3 volte il trattamento minimo”, spiega il Sole 24 Ore, “con la sentenza 70/2015, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima questa disposizione, determinando però un problema per i conti pubblici, dato che il riconoscimento a posteriori del mancato adeguamento all’inflazione era stato stimato in 24 miliardi di euro”.

“Il governo, quindi”, prosegue il quotidiano economico-finanziario, “corse ai ripari nella primavera di due anni fa, varando il decreto legge 65/2017 con cui è stato introdotto un nuovo meccanismo di perequazione riferito al biennio 2012-2013 che ha stabilito la perequazione al 100% per assegni fino a 3 volte il minimo; del 40% tra 3 e 4; del 20% tra 4 e 5; del 10% tra 5 e 6; nullo per importi oltre sei volte il minimo. La conseguenza è stata una spesa per lo Stato di soli 2,8 miliardi di euro contro i 24 stimati”. (agi)