Con un piccolo cannocchiale e un atlante celeste io cercavo, all’età di tredici anni, di decifrare, sgangherato e a bocca aperta, i complicati arabeschi con cui gli uomini mapparono il cielo. Dicembre terminava, e la storia della mia solitudine acquisiva uno strano componente notturno. E tremavo con Pascal davanti al Silenzio. E mi immergevo con Leopardi nell’Infi nito. Da una parte, le stelle del fi rmamento. Dall’altra, le mie divagazioni trapassate dall’incertezza. Che altro avrei potuto aspettarmi di vedere oltre allo zodiaco della vita? Specchi che mi rifl ettessero e mi demarcassero il volto della mia transitorietà. Il resto di una stella contemplando la propria origine. Sognando il ritorno.

I miei osservatori erano la spiaggia di Piratininga e la chiesa di San Francesco, da dove padre Dante apprezzava, con il suo grande telescopio, le stelle della costellazione del Sagittario.

La mia prima emozione furono i crateri della Luna. Dopo Ariosto e Giulio Verne, eccomi cosmonauta virtuale tra cosmonauti letterari.

O forse l’incantatrice nebulosa di Orion, della cui incomparabile bellezza non è possibile dissertare senza stupirsene. O forse l’impatto di sapere che la luce attuale di Andromeda si originò due milioni di anni fa. O ancora la scoperta sconcertante che il numero delle galassie varia da 100 a 200 miliardi!

Tutto questo mi sbalordiva.
L’origine dell’Universo mi confondeva. E mi bastava appena l’idea di origine per confondermi. Pensare l’Universo…

Mi sentii trapassato da una forte emozione metafisica. L’anima, un composto di atomi lisci e rotondi. La morte, implausibile – essendo solo disgregazione degli atomi del corpo e dell’anima, adesso decomposti e ulteriormente ricomposti in nuove combinazioni. Il corpo e l’anima, la materia e il mondo si aggregavano e si disgregavano e tornavano ad aggregarsi formando un torrente che sembrava senza fine.

Con tutto ciò l’Universo si doveva decomporre. Le parole con le quali Lucrezio defi nisce questo momento traggono un soffio di poesia triste e superiore.

Pallide analogie potrebbero associare il Big Bang e il Big Crunch alla decomposizione del De rerum natura. Allo stesso modo come si formò il nostro mondo, così ne nacquero anche altri uguali o differenti da questo. Si formarono spazi vuoti, metacosmici, cognominati intermundia, dimora degli dei.

Analogie incipienti, niente di più distante da Epicuro, Democrito e Lucrezio che la teoria quantica dei campi, dove entra in gioco – oltre alle differenze primarie – la comprensione dell’antimateria. Ad ogni particella corrisponderebbe un’antiparticella, essendo l’antiparticella dell’antiparticella la propria particella.

Prendiamo un esempio. L’idrogeno è composto da un protone e da un elettrone, mentre l’antiidrogeno è composto da un antiprotone e da un positrone. Richard Feynman lo spiega con la differenza tracciata dalla lancetta dell’orologio: la materia seguiva la direzione oraria e l’antimateria seguiva la direzione antioraria.

E qui cominciavano i miei vaneggiamenti. Tornare indietro nel tempo. Passare per l’Acheronte. Abbracciare i morti. Rinviare il futuro.

Chi non si è stupito con la teoria quantica non l’ha capi
ta! Così commentò Carlo Rubbia in uma conferenza nel 1993, nella Praia Vermelha.

Io volevo conoscere l’uomo che aveva dimostrato indirettamente il rovescio della medaglia atomica.

Rubbia aveva costruito un accelleratore protone-antiprotone e i suoi risultati furono coronati dal successo. Seguendo le idee di Van der Meer, il compito quasi impossibile di produrre e immagazzinare antimateria dipendeva dal raffreddamento congetturale degli antiprotoni. Qualcosa di estremamente arduo conseguito attraverso una ferrea disciplina e uma ciclopica determinazione per perfezionare gli accelleratori di particelle. Il risultato fuche, da un miliardo di interazioni, se ne ottennero appena cinque che costituivano prove cabali della subparticella W. Le esperienze ribadivano la simmetria delle forze fondamentali. Nel caso speciale di Rubbia, la forza debole e l’elettromagnetismo, come teorizza Abdus Salam. Il Nobel per la Fisica sarebbe stato conquistato nel 1982.

Quello era l’uomo che aveva comprovato l’idea straordinaria secondo cui abitavamo una parte del multiverso. Rubbia dimostrò una grande affabilità e conversava con la più totale naturalezza, in un inglese impeccabile. Un essere vigoroso.

Una delle questioni che non dimenticherò mai di quell’incontro, fu quella di Luís Calife, sulla complessità del modello padrone della fisica quantica, che assomigliava più a un trattato di botanica. Rubbia non si fece supplicare e espose considerazioni favorevoli davanti alla complessità, al contrario del pensiero greco, per cui la ragione più semplice doveva presiedere alla comprensione del non-semplice.

Si trattava di uno sforzo per raggiungere l’arché. Rubbia difese la complessità come l’alfabeto basico della natura, davanti alla cui lettura non dovremmo indietreggiare.

Ma erano più di due millenni sotto l’influenza del paradigma della semplicità. Non sarebbe stato facile modificare l’idea incomparabilmente cristallina dell’unità per accettare in modo subitaneo che la complessità accoglieva i raggi di una inaspettata bellezza. L’iperfisica non aveva superato la metafisica.

Comunque Rubbia difendeva la complessità con argomenti forti che decorrevano dalla sua pratica di fisico sperimentale.

Gli feci una sola domanda: gli ricordai le parole di Dirac, Nobel per la Fisica, per il quale la speculazione cosmologica riposava nella bellezza matematica. E che i fisici teorici accettavano la necessità della bellezza matematica come un articolo di fede. Dirac affermava che la teoria della relatività godeva di um’immediato consenso universale in virtù della sua bellezza matematica. Desideravo sapere se Carlo Rubbia era d’accordo su questa opinione. Anche perché, Dirac soffriva della nostalgia del semplice.

La risposta venne fulminea: la bellezza era uno dei lati dell’Universo e la matematica era la forma di tradurre quella bellezza. Rubbia insisteva sulla bellezza del complesso e si sentiva orgoglioso di aver participato alla costruzione del ponte che univa la forza debole all’elettromagnetismo, e che significava una parte della bellezza virtuale della Teoria Generale dell’Unificazione.

Cominciai allora a ricordarmi delle letture che propiziavano il celebre viaggio al microscopico, dalla bassa all’alta energia, dal presente al passato, dalla cellula al quark.

Vediamo dentro la cellula – e qui mi prendo la libertà di parafrasare T. Ferris – una confusione di tortuosi ribossomi e ondulanti mitocondri, lisosomi sferici e stellati centrioli, insiemi di complessi apparecchi garanti delle funzioni respiratoria, sanitaria e produttrice di energia. Sebbene questa cellula abbia appena alcuni anni (nel mio caso trentatré), la sua struttura risale a più di un miliardo di anni, quando si formarono le cellule eucariotiche.

Andando più a fondo, cominciamo a svelare dentro il nucleo i singolari contorni delle macromolecole del DNA. Cia scuno rinchiudendo, nella sua struttura a doppia elica e nei suoi ponti di idrogeno, una grande quantità di informazione genetica, accumulata durante quattro miliardi di anni Io volevo conoscere l’uomo che aveva dimostrato indirettamente il rovescio della medaglia atomica.

Rubbia aveva costruito un accelleratore protone-antiprotone e i suoi risultati furono coronati dal successo. Seguendo le idee di Van der Meer, il compito quasi impossibile di produrre e immagazzinare antimateria dipendeva dal raffreddamento congetturale degli antiprotoni. Qualcosa di estremamente arduo conseguito attraverso una ferrea disciplina e uma ciclopica determinazione per perfezionare gli accelleratori di particelle. Il risultato fu che, da un miliardo di interazioni, se ne ottennero appena cinque che costituivano prove cabali della subparticella W. Le esperienze ribadivano la simmetria delle forze fondamentali. Nel caso speciale di Rubbia, la forza debole e l’elettromagnetismo, come teorizza Abdus Salam. Il Nobel per la Fisica sarebbe stato conquistato nel 1982.

Quello era l’uomo che aveva comprovato l’idea straordinaria secondo cui abitavamo una parte del multiverso. Rubbia dimostrò una grande affabilità e conversava con la più totale naturalezza, in un inglese impeccabile. Un essere vigoroso.

Una delle questioni che non dimenticherò mai di quell’incontro, fu quella di Luís Calife, sulla complessità del modello padrone della fisica quantica, che assomigliava più a un trattato di botanica. Rubbia non si fece supplicare e espose considerazioni favorevoli davanti alla complessità, al contrario del pensiero greco, per cui la ragione più semplice doveva presiedere alla comprensione del non-semplice.

Si trattava di uno sforzo per raggiungere l’arché. Rubbia difese la complessità come l’alfabeto basico della natura, davanti alla cui lettura non dovremmo indietreggiare.

Ma erano più di due millenni sotto l’influenza del paradigma della semplicità. Non sarebbe stato facile modificare l’idea incomparabilmente cristallina dell’unità per accettare in modo subitaneo che la complessità accoglieva i raggi di una inaspettata bellezza. L’iperfisica non aveva superato la metafisica.

Comunque Rubbia difendeva la complessità con argomenti forti che decorrevano dalla sua pratica di fisico sperimentale.

Gli feci una sola domanda: gli ricordai le parole di Dirac,Nobel per la Fisica, per il quale la speculazione cosmologica riposava nella bellezza matematica. E che i fi sici teorici accettavano la necessità della bellezza matematica come un articolo di fede. Dirac affermava che la teoria della relatività godeva di um’immediato consenso universale in virtù della sua bellezza matematica. Desideravo sapere se Carlo Rubbia era d’accordo su questa opinione. Anche perché, Dirac soffriva della nostalgia del semplice.

La risposta venne fulminea: la bellezza era uno dei lati dell’Universo e la matematica era la forma di tradurre quella bellezza. Rubbia insisteva sulla bellezza del complesso e si sentiva orgoglioso di aver participato alla costruzione del ponte che univa la forza debole all’elettromagnetismo, e che significava una parte della bellezza virtuale della Teoria Generale dell’Unifi cazione.

Cominciai allora a ricordarmi delle letture che propiziavano il celebre viaggio al microscopico, dalla bassa all’alta energia, dal presente al passato, dalla cellula al quark.

Vediamo dentro la cellula – e qui mi prendo la libertà di parafrasare T. Ferris – una confusione di tortuosi ribossomi e ondulanti mitocondri, lisosomi sferici e stellati centrioli, insiemi di complessi apparecchi garanti delle funzioni respiratoria, sanitaria e produttrice di energia. Sebbene questa cellula abbia appena alcuni anni (nel mio caso trentatré), la sua struttura risale a più di un miliardo di anni, quando si formarono le cellule eucariotiche.

Andando più a fondo, cominciamo a svelare dentro il nucleo i singolari contorni delle macromolecole del DNA. Ciascuno rinchiudendo, nella sua struttura a doppia elica e nei suoi ponti di idrogeno, una grande quantità di informazione genetica, accumulata durante quattro miliardi di annidi evoluzione. Custodita in un alfabeto nucleotide di quattro lettere – fatto di zuccheri e molecole di fosfato – che determinano la singolarità dell’individuo e la relazione di questo con la specie.

Proseguendo il viaggio per il tunnel del tempo, ci imbattiamo nelle molecole di DNA, formate da atomi, i cui strati elettronici appaiono inghirlandati di una sorprendente varietà di forme. Alcuni di questi elettroni sono appena arrivati, strappati in quel modo dagli atomi adiacenti. Altri si sono uniti ai loro nuclei atomici, più di cinque miliardi di anni fa, nella nebulosa da cui la Terra è stata formata.

Se aumentassimo più di centomila volte un atomo di carbono, avremmo appena il nucleo nel nostro campo visivo. I nuclei furono riuniti dentro una stella che esplose prima della comparsa del Sole.

Infine, esaminando più da vicino, possiamo percepire i quark che formano ogni protone e ogni neutrone del nucleo. I quark furono riuniti quando l’Universo non aveva che pochi secondi di vita. Così, le strutture minori e più fondamentali si trovano legate da livelli altissimi di energia, perché furono forgiate nel calore altissimo dell’istante zero, della Grande Esplosione.

Lasciai la conferenza schiacciato dal sentimento del tempo. Silenzi sovrumani e spazi interminati. Pensiero fabbricando immagini insondabili.Feci una passeggiata all’Urca1, e la testa piena di cellule,neuroni e stelle. I miei abiti metafi sici decadenti mi spingevano verso un’altitudine maggiore. Non domandatemi l’origine della spinta. Forse stavo riemergendo, di ritorno alle cose della superficie.

E passeggiavo nella bellezza del “Pão de Açúcar”2. Dall’altro lato. Per il cammino del Bem-te-vi3.

Era questo allora! Io cercavo l’altro lato. Oso confessare che Dio e l’altitudine coincidevano nella mia angustia travolgente?

La risposta più ardita emergeva dal Canto cosmico, di Ernesto Cardenal: Pregunto por el mundo mas allá de los cuantos. Al piano vivo e denso, all’intermondo, che si può trovare oltre i quark e può rivelare un’ombra, un grido, un volto.
L’altro lato della notte?

Marco Lucchesi – Articoli

Blok e Khliébnikov