Cavallini rampanti, motori rombanti, asfalto che si apre come a tracciare la traiettoria che le ruote dovranno seguire sulla parabola delle curve di Lesmo. Sono 70 anni: tanti quanti ne ha la Costituzione della Repubblica, o quanti ne regnò il Re Sole sulla Francia. Sotto tutti gli anni che hanno visto la Ferrari sfrecciare sui circuiti del mondiale di Formula 1. A Londra apre una mostra per ricordare il primo Gran Premio: “Ferrari, under the Skin”. Sarà visitabile al Design Museum dal 15 novembre al 15 aprile. Promette di riempire di colori gli occhi degli appassionati: dalla storia al design alla vita di quella città persa in mezzo alla campagna, con la pista che sfonda il confine di due comuni, che è lo stabilimento di Maranello. Molto del materiale proverrà da collezioni private, prima tra tutte quella di un tale Ronald Stern, che si innamorò perdutamente della Rossa nel 1975, e le è rimasto fedele fin d’allora. Erano i tempi di Clay Regazzoni, e lui si era presentato ai cancelli di Maranello con un ottimo biglietto da visita, una AC Cobra.

Tutti gli oggetti che Stern è riuscito a raccogliere: il sogno di ogni collezionista

In quel mentre uscivano Regazzoni ed Enzo Ferrari, per entrare al ristorante di fronte. Stern li seguì per cercare di attirare la loro attenzione ma l’oste, che doveva essere avvezzo a situazioni del genere, sapientemente lo dirottò verso un tavolo isolato. Nonostante fosse luglio lui prese i tortellini, per sembrare emiliano. Non riuscì ugualmente ad avvicinare il Drago, ma in compenso sentì ruggire il motore di una vettura da Formula 1. Il suo destino venne deciso in quel momento.

In più di trent’anni passati a dare sfogo alla sua passione, Stern ha accumulato tutto quello che un collezionista ferrarista può sognare. Non si tratta solo dei caschi di tutti i campioni del mondo della scuderia. Lui ha gli orologi che l’Ingegnere regalava ai suoi visitatori di riguardo, ed ai suoi operai (per sottolineare come in casa sua fossero importanti quanti i clienti). Ha i menù firmati dal team in un pranzo celebrativo. Ha le lettere tra Enzo e Dino, il suo sfortunatissimo figlio che lo lasciò quando aveva 24 anni. Ha persino il certificato di matrimonio di Enzo e Laura Ferrari.

Il momento in cui la Ferrari ha deciso di non avere piloti italiani

Il colpo grosso lo ha tentato lo scorso anno, ma gli è andata male. È stato quando, a maggio, a Firenze hanno battuto all’asta 142 lettere tra l’Ingegnere e Fiamma Breschi. Lei era la compagna di Luigi Musso, pilota amato dalle folle di casa perché il migliore della sua generazione e anche perché italiano. Morì in una corsa, nel 1958. Da allora Ferrari non volle più piloti italiani: ci si affeziona troppo, e se capita una disgrazia tutti stanno troppo male (l’unica eccezione fu Michele Alboreto, nel quadriennio 1984-1988, poi mai più).

Quell’anno l’attaccò persino l’Osservatore Romano. Detto per inciso, la precauzione non bastò: lui e i tifosi subirono lo stesso shock venticinque anni dopo, quando li salutò per sempre Gilles Villeneuve. Dopo la morte di Musso, Ferrari scrisse alla Breschi. Prima per esprimerle le sue condoglianze, poi la sua amicizia, poi un’amicizia sempre più stretta. Il Drago era un drago, ma non era mica a sangue freddo. Per le lettere Stern era pronto a sborsare 40.000 euro circa (è un industriale, e le passioni vere è pronto a pagarsele). Il banditore gliele aggiudicò, ma poi lo Stato Italiano intervenne e bloccò l’esportazione del materiale: Ferrari Enzo ormai è Storia Patria. Se i turchi avessero fatto lo stesso con Lord Elgin, i marmi del Partenone non avrebbero mai raggiunto il British Museum.

“La Rossa dà allegria”

Chi vuole ricordare, chi vuole celebrare venga comunque a Londra. Venga chi intende rivivere un’epoca in cui l’Italia di nazionali ne aveva due, una vestita d’azzurro e l’altra con la livrea rossa. Si fermi a vedere il casco di Niki Lauda, e riviva le terribili immagini dell’incidente al Nuerburgring, con Merzario che affronta quelle fiamme infernali armato di un solo, piccolo estintore. Ma non si lasci prendere dalla tristezza, anche se stemperata da un velo di nostalgia.

Perché lo cantava Milva: la Rossa dà l’allegria, anche con un disco di vent’anni fa. Perchè una Ferrari è una Ferrari. è corsa, è vita, è vento relativo che ti scompiglia i capelli. Lo scriveva persino Francoise Sagan, autrice di “Buongiorno Tristezza” nonchè proprietaria di una GT California Spider: “Gli alberi lungo la strada sembrano accasciarsi; la notte le luci al neon dei distributori si allungano e si storcono; le ruote stridono ma all’improvviso si fanno silenziose e attente; anche i tuoi dolori sono leniti, e per quanto tu possa essere pazzamente innamorata ma senza speranza, a 200 chilometri all’ora lo sei meno”. Alla faccia della tristezza. (agi)