In origine fu il Perù, poi venne la Spagna e ora, infine, è il turno dell’Iran. L’Italia del pallone non riesce proprio a rassegnarsi a non vedere la propria nazionale ai mondiali. In questi giorni, per la terza volta, sul web è circolata la parola “ripescaggio”. L’ennesimo spiraglio che, aprendosi, porterebbe gli azzurri in Russia. Ma anche stavolta, come nei casi precedenti, si tratta di un’effimera illusione destinata a rimanere tale, a meno di clamorose decisioni da parte della FIFA. Sarebbe ora, dunque, di mettersi il cuore in pace. Le parole di Gianni Infantino, presidente del massimo organo del calcio, non lasciano dubbi: “La qualificazione bisogna conquistarsela sul campo”. Difficile essere più chiari di così.

Il caso Iran

La vicenda riguarda Masoud Shojaei, 33 anni, probabilmente il centrocampista con più qualità tecniche della nazionale iraniana di calcio che, a Russia 2018, è stata inserita nel girone B insieme a Spagna, Marocco e Portogallo. Dallo scorso agosto il commissario tecnico della squadra asiatica, il portoghese Carlos Queiroz, ha deciso di estrometterlo dai convocati. Per molti, però, non si tratterebbe di una esclusione tecnica, ma di una vera e propria richiesta da parte del governo di Teheran.

 Quella che sarebbe, a tutti gli effetti, un’ingerenza e che secondo il regolamento FIFA porterebbe a sanzionare la federcalcio iraniana. Shojaei sarebbe considerato un traditore per aver giocato con il suo club, i greci del Panionios (nel frattempo ha firmato per un’altra squadra greca, l’Aek Atene), contro una squadra israeliana, il Maccabi Tel Aviv, durante i preliminari di Europa League. Un vero sacrilegio se si pensa che nessun atleta iraniano sfida un israeliano da 38 anni. Durante la gara di ritorno, Shojaei e un suo compagno, Hajisafi, anche lui iraniano, scendono in campo. Stavolta non possono rifiutarsi di giocare. In palio c’è una qualificazione importante, e diversi milioni di euro in ballo, che non sono pochi per un club piccolo come il Panionios (che perderà).

Hajisafi si scuserà pubblicamente per il suo gesto ottenendo il perdono da parte del suo Paese. Shojaei, invece, ritiene che non ci sia bisogno di mettere su “uno show” di questo tipo. È il capitano, ha 70 partite alle spalle e ritiene di non aver fatto niente di male. Ma i suoi appelli a Queiroz sono rimasti inascoltati. Del resto non è la prima volta che si espone così pubblicamente: nel 2009 indossò un braccialetto verde in sostegno alle proteste contro l’allora governo di Mahmoud Ahmadinejad mentre, nel 2016, fu uno dei pochi a parlare di corruzione nel calcio iraniano. Allora fu difeso da quello che è considerato il più forte giocatore del Paese di tutti i tempi Ali Daei. Se la caverà anche stavolta o dovrà, anche lui, saltare il mondiale? (agi)