La letteratura classica ha lasciato, come legato al futuro, uno dei  suoi migliori paradossi: la metamorfosi e la sua tremenda ambiguità. Il fenomeno consiste in prendere il posto dell’Altro senza smettere di essere lo Stesso. Ne uno Ne l’Altro. Ma si l’Uno e l’Altro. Il Diritto e il Rovescio. Come Zeus e il Cigno. Dottor Jekyll e mister Hyde. Il diavolo e la dama. Ecco il prodigio: tornare possibile l’impossibile. L’idea e il suo contrario. Questo e l’Altro.

La metamorfosi è uno dei fenomeni più felici della Letteratura. Ha confuso Chisciotte, con i mulini giganti. Ha disturbato Gregor Samsa, uomo insetto. Ha ferito Apollo, quando ha abbracciato una Dafne-vegetale. Ha perso Ulysse nel corpo-mondo di Molly. Ha fatto di Fausto una crisalide e lo segnò d’infinito. Ha tornato incerte le frontiere.

Ma qual è l’origine del mistero? La trama dell’Universo? L’ira di un Dio? Il vento immateriale dell’angoscia?

Difficile dargli una ragione. Tutte concorrono, per esempio, Nell’Asino d’oro, di Apuleio, con la sua strana e seducente plastica e ripugnante metamorfosi, del giovane che prende le forme di un asino. Dopo molto soffrire, torture e umiliazioni, lacrime e castighi senza precedente, Iside si sente commossa e decide salvarlo. In un lungo rituale, previsto in sogno, lui riprende le forme umane. Il cuoio ruvido ora è pelle. Le orecchie diminuiscono. La coda sparisce. Finisce, infine, la sventura di Lucio la cui metamorfosi lo portò alla profonda conoscenza di se stesso.


Ma ci sono stati altri cambiamenti e neanche sempre reversibili. Ovidio è stato quello che li ha saputo raccontare meglio nelle Metamorfosi, buona parte dell’immaginario Occidentale dipende da quel libro, come vediamo nell’Inferno di Dante, nei primi versi del Boccaccio, nel Libro degli esseri immaginari di Borges, senza parlare di Italo Calvino delle sue letture veloci, prese cinematografiche e cambiamenti di piano.

Più che una raccolta mitologica, le Metamorfosi, di Ovidio vivono per il trionfo della Poesia. E portano con se le meravigliose orme del Pensiero Antico: la lotta tra l’ordine ed il caos, del riposo e del movimento, del metro e della dismisura. Discordia semina rerum: la contraddizione è il motore delle cose. Prima, il Caos, il difforme, l’ancora non. E, improvvisamente, delle sue interiora, un Principio, un Senso. La forma sorge dal difforme. I raggi dalle tenebre. Come nella Teogonia, di Esiodo, nella fisica dei presocratici, nella Geometria di Platone. La metamorfosi sarebbe la memoria di quella lotta. L’ombra di Dionisio, in Apollo. La permanenza nell’impermanente. Per questo, forse, la lieve malinconia nelle Metamorfosi…


Ovidio ha fatto innumerevoli lettori per il mondo e attraverso i secoli. Non gli sono mancate, dal Rinascimento, traduzioni memorabili, in Italia ed in Francia, nella Spagna ed in Portogallo. Ovidio è diventato scuola obbligatoria nell’arte dell’imitare. Era necessario iscriversi in lui per provarsi come poeta. Ma sarebbe stato, sopratutto nel secolo XVIII, che le traduzioni di Ovidio, insieme a quelle di Lucrezio, dovevano acquisirenuova funzione. Era l’inizio – piu o meno diretto – di certa archeologia  dell’Illuminismo. La conoscenza razionale dei miti. La base della materiae sue inclemenze. Tale la ragione per la quale erano tradotti i testi classici, che evocassero idee sensiste o empiristiche. Uno di questi emblemi, in Italia, è stato il De rerum natura, di Marchetti, l’anima Venere lucreziana, la pioggia monotona delle particole e loro leggera inclinazione. Altro emblema, in Portogallo sono state le Metamorfosi, con il suo naturalismo un po’ contrappuntistico innanzi alla Storia Naurale di Buffon, che aveva brillantemente cristallizzato qualunque processo, qualunque movimento, qualunque trasformazione, per considerare il quadro classificatore di regni, classi, famiglie. Le figure fluttuanti di Ovidio sarebbero piu vicine (per i lettori di una volta) del L’origine delle specie, di Darwin, del 1859. Ad ogni modo la gran traduzione delle Metamorfosi è stata tratta dal talento del poeta Manuel Maria Barbosa du Bocage, in un Portogallo post-Verney non gesuita, meno metafisico e scolastico, cercando nel mondo classico altri avvicinamenti con le idee che vagavano per l’Europa…


Traduttore di diverse opere, Bocage, ha fatto si che Ovidio parlassi in un limpido decasillabo portoghese. La sua grazia e attualità sono sconcertanti. Nell’Oro di Mida. Nella Grotta dell’Invidia. Nell’abisso di Fetonte. I pochi estratti in cui lavorò il poeta portoghese, sono stati sufficienti per la traduzione ideale del tutto. Abbiamo un Bocage allo stesso tempo lirico e matematico. Attento osservatore della sintassi latina e dei suoi avvicinamenti in portoghese come deviazioni a sinistra, cambiamenti di posizione frasale, linguaggio alto e fraseggiato lirico, compensando, con decasillabi accentuati diversamente, la delicata relazione del verso latino, rimati nelle sillabe lunghe e brevi. Il testo origine e il testo fine sembrano veramente congeniali… Il traduttore , in nessun momento, decide spegnerli il volto. Ovidio – nelle mani di Bocage – non lascia di ricordare Ovidio. Da li il merito dell’opera. L’aver evitato uno dei grandi rischi, dal quale si deve guardar bene il traduttore, con il suo possibile (e non infrequente) disprezzo del testo-origine. Certo che la sua digitale non scompare mai. E, proprio per questo, non gli conviene migliorare Virgílio o Shakespeare per dimostrare, nel testo sequestrato, il prezzo di
un patetico narcisismo. Riconosciamo il decasillabo di Bocage, nella traduzione, ma non lo troviamo ad ogni frammento tradotto, con la scusa di Ovidio. In quel campo la miglior forma di apparire, traducendo, consistein sparire, perché il merito del co-autore (si legga del traduttore) riposa nell’ostinata vigilanza dell’originale. Della sua fonte. Del suo dialogo. Il  soggettivo è come il Re Midas. Come l’osservatore nella fisica quantica. Cosi, allora, se il soggetto non scompare mai, non sarà necessario evidenziare la sua visibilità…

Oggi vediamo strane mutazioni, di frutta e legumi, di cellule e embrioni, la metamorfosi è possibile – all’infuori del dibattito della bioetica e del genoma – è quella della traduzione, dove coabitano l’Uno e l’Altro, il Diritto ed il Rovescio, Zeus ed il Cigno. In una parola: gli universali fantastici innanzi a nuovi e diversi paradigmi, della lettura e della scienza, rispondono per il sorriso del caos. La traduzione è l’estrema metamorfosi…

Marco Lucchesi – Articoli

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