Tra venerdì e sabato la decisione sul Rosatellum. L’unica incognita, comunque improbabile, è se il via libera potrà esser accompagnato da una lettera con la segnalazione. Per le elezioni l’altra opzione è l’11

Ancora pochi giorni e, tra venerdì e sabato, si saprà qual è la valutazione di Sergio Mattarella sul nuovo sistema elettorale.

Due sono i nodi sotto la lente del Quirinale.

Gli stessi su cui premono alcune forze politiche, a partire dal Movimento 5 Stelle, che chiedono al capo dello Stato di non firmare.

Ma, anche per l’analisi congiunta svolta nel frattempo da un vasto fronte di costituzionalisti (su tutti Massimo Luciani, per il quale il Rosatellum bis soffre di diverse criticità e avrebbe potuto «esser scritto molto meglio», senza però giudicarlo «palesemente e gravemente incostituzionale»), è scontato che la legge sia promulgata.

L’unica incognita, comunque improbabile, è se il via libera potrà esser accompagnato da una lettera con la segnalazione di qualche profilo da sanare, secondo una prassi che abbiamo visto consolidarsi nella stagione di Giorgio Napolitano sul Colle.

Rilievi magari sul paio di nodi contestati.

La road map

Il primo — cavalcato dai 5 Stelle, che non intendono allearsi con nessuno — riguarda le liste che, alla prova delle urne, si attesteranno sotto il 3 per cento ma sopra l’1.

In base al Rosatellum non porteranno in Parlamento propri rappresentanti, tuttavia, se il partito escluso farà parte di un’alleanza, consegneranno i loro consensi in dote alla coalizione, così che quei voti non andranno dispersi.

Il secondo nodo è quello dei cosiddetti nominati, ossia della quota (molto alta) di coloro che saranno candidati dalle segreterie dei partiti, scelta che di fatto condiziona la libertà degli elettori.

Questioni assai dibattute e di cui è facile pensare a iniziative giudiziarie che investiranno la Corte costituzionale, con i suoi tempi.

E sulle quali il potere di Mattarella ha precisi confini perché, come ha ripetuto anche nei giorni scorsi, non è lui il giudice delle leggi.

A questo punto gli compete, semmai, predisporre una road map per le elezioni. Si sa che, sentiti gli altri vertici istituzionali, il capo dello Stato ha già ipotizzato un percorso che prevede lo scioglimento delle Camere tra Natale e l’Epifania, in modo da far aprire le urne domenica 4 o domenica 11 marzo.

Date in cui ha tenuto conto che la XVII legislatura è cominciata il 15 marzo di cinque anni fa e che a norma di Costituzione quel termine non può esser travalicato (tranne in caso di guerra).

Anche in questo caso, però, le sue decisioni dipenderanno da diversi fattori.

Gentiloni enigmatico

Se, infatti, dopo aver varato la Finanziaria l’inquilino di Palazzo Chigi intendesse lavorare a qualche diverso provvedimento (per esempio la legge sullo ius soli o quella appena rinviata sulle mine o qualche altra), Mattarella potrebbe dargli respiro fino a marzo.

Per far scattare il tutti a casa entro il 6 gennaio ci vuole insomma un innesco da parte del premier, che formalizzi in Parlamento d’aver esaurito il compito.

Su questo Paolo Gentiloni si sta mantenendo piuttosto enigmatico.

Ieri, da New Delhi, dov’è in missione, ha detto: «Gli sforzi del governo hanno due fattori chiave.

Da un lato continueremo a lavorare per migliorare le condizioni interne, portando il Paese alla conclusione naturale della legislatura nella primavera 2018.

L’altro punto di riferimento ispiratore per noi è il mondo, attraverso l’Europa e attraverso speciali relazioni bilaterali». (Corriere)