Alla rincorsa della estelada, la bandiera simbolo dell’indipendentismo catalano, i movimenti separatisti sardi fremono, tra viaggi a Barcellona e proclami politici. Il 5 ottobre il deputato di Unidos Mauro Pili ha presentato alla Camera una proposta di legge costituzionale per avviare un percorso “democratico per far scegliere ai cittadini se continuare a essere discriminati dallo Stato italiano o meno”. Questa è la seconda volta che Pili presenta una proposta come questa, dopo che la prima venne respinta dalla presidente della Camera, rivendicando il fatto che in passato il presidente del Senato, Pietro Grasso, ammise “una proposta analoga, con lo stesso identico titolo, ma soltanto riferita al Sud Tirolo. Precedente di cui Boldrini non può non tenerne conto”.

Ma non tutti credono sia una buona strategia

Ma di diverso avviso sono i leader dei principali movimenti indipendentisti isolani, che non riconoscono la proposta di Pili e che la bollano come “un modo per far parlare di sé”. Gavino Sale, leader del partito Irs – Indipendentzia Repubrica de Sardigna, si è detto sicuro che “tanto la bocceranno. Non condivido l’approccio di chi va a Roma a chiedere il permesso di fare l’indipendenza. Il padre del Diritto è la forza ed è quella che dovremmo sfidare”.

Con toni meno caustici ha parlato anche Franciscu Sedda, segretario del Partito dei Sardi, che alle regionali del 2014 hanno portato il 2,66% alla coalizione di centrosinistra che attualmente sostiene la giunta di Francesco Pigliaru: “Non credo che quella di Pili sia una buona strategia, anche se sono certo l’abbia fatto in buona fede”. Nei piani del Partito dei Sardi per il futuro dell’indipendentismo dell’isola c’è la riforma dello Statuto autonomo della Sardegna. “In questi giorni annunceremo la volontà di inserire nello statuto la volontà di inserire il diritto del popolo sardo di convocare un referendum per esprimersi sulla nostra indipendenza. Il processo di riaffermazione della libertà sarda non ha bisogno e non è giusto che passi dalla Costituzione italiana. Spetta a noi inscrivere nel nostro statuto gli strumenti necessari per raggiungere l’indipendenza”.

È la Catalogna ad aver riacceso gli animi indipendentisti sardi

Galeotta la Catalogna che riaccende gli animi degli indipendentisti, le cui le istanze sono antiche quanto l’unità stessa del Paese. In questi giorni delegazioni di tutti i partiti e movimenti dell’isola hanno raggiunto i fratelli iberici, spiegando la loro presenza a Barcellona con il dovere politico di assistere la ‘lluita’ (lotta in catalano). E l’impressione è che abbiano visto nel referendum della regione spagnola il traino necessario per riportare nell’agenda della politica isolana s’indipendentzia. Gavino Sale ventila la possibilità di un incontro tra delegati di alcune forze indipendentiste lunedì prossimo, ma non vuole anticipare altro: “In Catalogna dicono ‘scuoti l’albero e raccogli le noci’, ed è quello che fece Irs fin dall’inizio. Grazie a noi sono sorti tanti movimenti indipendentisti, e a questo punto potrei ritirarmi, ma la passione è quella”. I temi sono sempre gli stessi e non perdono attualità: sovranità culturale, presenza militare, inquinamento, depressione economica e trasporti.

Una delle più grandi battaglie che gli indipendentisti portano avanti è proprio quella contro la presenza di basi per l’addestramento e i test su armamenti, che sull’isola abbondano. “Abbiamo il 60 per cento delle basi militari italiane” ha ricordato Gavino Sale. Anche l’ex presidente della regione Renato Soru aveva detto, di fronte alla Commissione di inchiesta parlamentare nata per indagare sulle morti sospette vicino ai poligoni sardi: “Nell’isola si spara quasi l’80 per cento di tutte le bombe che si fanno esplodere in Italia in tempo di pace, sia da parte dell’esercito italiano che da parte dei nostri alleati. L’80 per cento dell’attività di Poligono viene svolta nella nostra Regione, nonostante vi abiti circa il 2,5 per cento della popolazione italiana”. La denuncia degli indipendentisti riguarda in particolare i Poligoni di Salto di Quirra, di Capo Teulada, di Capo Frasca e di Capo San Lorenzo, accusati dalle amministrazioni locali e dai partiti d’area di deprimere le potenzialità e le possibilità di sviluppo dell’isola.

“Tutti facciano la loro parte per far conoscere ai sardi la loro storia”

Ma la domanda che ci si deve porre oggi è “se i sardi stiano capendo quello che ci succede intorno”. Se lo chiede Franciscu Sedda, e alla domanda se sia più opportuno unire le forze anziché procedere divisi in tanti piccoli schieramenti, spiega: “Quello che chi ha osservato la Catalogna ha capito è che il punto non è unirsi per sommare matematicamente i voti. Non funziona così nella realtà. Quello che è necessario è che tutti facciano la loro parte non per creare alleanze ma per invogliare i sardi a riflettere sulla loro storia e sulle possibilità che hanno. Non siamo una regione ricca come la Catalogna, ma anche gli scozzesi erano visti come operai o carne da macello per l’esercito del Regno. Loro hanno reinventato la loro economia e poi hanno iniziato a spingere verso l’indipendentismo. Non si fa l’indipendenza per diventare ricchi, ma si diventa ricchi perché si è indipendentisti”. (agi)