Tutti contro il fiscal compact. Se in Italia i politici litigano su tutto, su una cosa sono tutti d’accordo: abolire il patto di bilancio europeo. L’ultimo a tornarci è stato il segretario del Pd, Matteo Renzi. Ma è chiaro come il fiscal compact sia il nemico pubblico numero uno per tutto l’arco costituzionale del nostro Paese. Nonostante, ai tempi della sua introduzione, fosse stato approvato con i voti di quasi tutte le forze politiche.

Quali stati europei lo hanno firmato

Siglato da 25 dei 28 stati membri dell’Ue il 30 gennaio del 2012 ad eccezione di Gran Bretagna e Repubblica Ceca (e, più tardi, Croazia), l’accordo è entrato in vigore il primo gennaio del 2013 dopo essere stato ratificato dai Parlamenti dei vari stati. Il Fiscal Compact è stato quindi firmato da tutti i 17 paesi dell’Eurozona (dal primo gennaio 2014 si è aggiunta la Lettonia, che lo aveva già sottoscritto).
Dopo la ratifica del trattato, ogni Paese ha avuto tempo fino al primo gennaio 2014 per introdurre i nuovi vincoli, tra cui, quello che impone il pareggio di bilancio nella legislazione nazionale. In pratica, la regola che prevede che le spese di ogni Stato devono essere uguali alle entrate. La stretta sui bilanci pubblici fu presa, Germania in testa, dopo la crisi dei debiti sovrani europei del 2010.

In Italia lo hanno votato quasi tutti i partiti

In Italia è stato votato dal Senato della Repubblica il 12 luglio 2012, dalla Camera il 19 luglio dello stesso anno e promulgato dal presidente della Repubblica il 23 luglio 2012. Il presidente del Consiglio allora era Mario Monti che era alla guida del governo tecnico subentrato a quello Berlusconi costretto a dimettersi proprio a seguito delle “tempesta sullo spread” del novembre del 2011. Anche se oggi tutti si dicono contrari al Fiscal Compact, il Parlamento di allora lo votò compatto ad eccezione di Lega Nord e Italia dei valori e di qualche astenuto sia alla Camera che al Senato.

Cosa prevede il Fiscal Compact

L’accordo prevede per i paesi contraenti diversi vincoli tra cui:

L’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (in Italia è stato inserito nella Costituzione con una modifica costituzionale nell’aprile del 2012 entrata in vigore l’8 maggio 2012, ma le sue disposizioni hanno avuto effetto a partire dal 2014).
L’obbligo di non superare la soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del Pil (e superiore all’1% per i paesi con debito pubblico inferiore al 60% del Pil).
La drastica riduzione del rapporto fra debito pubblico e Pil, pari ogni anno a un ventesimo della parte eccedente il 60% del Pil
Impegno a coordinare i piani di emissione del debito col Consiglio dell’Unione e con la Commissione europea.
La regola sul deficit è quella contestata in particolare da Renzi che chiede di tornare a un rapporto deficit/Pil del 3%.

In pratica, una manovra da 50 miliardi all’anno

Applicazione pratica dei principi di austerità, il Fiscal Compact è figlio, come detto, del periodo successivo alla grande crisi del debito e ha le sue fondamenta nel principio che per riacquistare la fiducia dei mercati bisogna avere i conti in ordine. Ovviamente non tutti la pensano così e c’è il filone di pensiero economico keynesiano che ritiene, al contrario, che la stretta sui bilanci contribuisca a deprimere le economie dei singoli Stati. In Italia molto contestato, oltre al pareggio di bilancio in Costituzione, anche l’altra ‘gamba’ del patto di bilancio quella riguardante la riduzione del debito. Secondo alcuni economisti infatti per ridurre il rapporto tra debito e Pil di almeno un ventesimo all’anno, l’Italia sarebbe costretta a fare una manovra da 40-50 miliardi all’anno per svariati anni.

Per altri studiosi invece ridurre il rapporto debito/Pil significa non necessariamente agire sul numeratore. Si può percorrere anche l’altra strada, alzare il denominatore che tradotto significa far crescere il Pil. Va detto infine che nel conto del rapporto fra debito e Pil il riferimento non è il Pil reale, bensì quello nominale ovvero il Pil reale più l’inflazione. (agi)