L’Istat ha analizzato i dati che raccontano come è cambiata l’Italia negli ultimi 60 anni, da quando cioè è entrata in Europa. Un “lavorone” come lo definisce oggi il Corriere della Sera che sintetizza i risultati dell’indagine.

I dati si riferiscono soprattutto agli effetti economici dell’Europa sul nostro tessuto produttivo e sulla nostra economia. Una prima fotografia riguarda il passato meno recente. Quando videro vita alla Cee firmando il trattato di Roma “Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Olanda e Lussemburgo erano più o meno nella stessa barca”. Da allora la struttura produttiva, scrive Milena Gabanelli sul quotidiano di via Solferino, “è cambiata profondamente, ma almeno fino al 2008, le economie di questi Paesi sono andate convergendo”.

L’export ci sta salvando

Poi arriva la crisi. Proprio nel 2008. E cambiano le carte in tavola. “Ha trascinato al crollo della domanda interna, al blocco degli stipendi e all’arresto de consumi, a cui si aggiunge, nel 2011, il «rischio Paese»”. Qualcosa comincia a cambiare nel 2012, le imprese più dinamiche, dalla manifatturiera alla meccatronica, si sono orientate verso i mercati esteri, “e dal 2012 l’export ci sta salvando”.

60 anni dopo, i problemi sono sempre gli stessi

Eppure, spiega Gabanelli, i problemi dell’Italia sembrano gli stessi. Oggi come 60 anni fa:

“Eravamo in coda negli investimenti in ricerca e sviluppo negli anni 60, e lo siamo ancora oggi: 1,3% del pil contro il 2,3%”
“Il tasso di disoccupazione a 2 cifre ce lo trasciniamo dalla metà degli anni 80. C’è stato un bel recupero con il passaggio all’euro, ma dal 2012 siamo tornati a numeri preoccupanti”.
Cosa è migliorato

“Le donne italiane guadagnano il 5% meno degli uomini” spiega il Corriere, anche se la distanza rispetto all’Ue è minore. Un dato curioso è che siamo diventati il Paese con il più alto numero di automobili: 61 ogni 100 abitanti, contro i 54 dell’Europa a 6. E ancora, “l’Istat registra che le donne italiane si laureano di più rispetto al resto d’Europa, però il dato complessivo dei laureati ci vede all’ultimo posto con un 26,2%”

Un dato allarmante, spiega Gabanelli, è che “tutti gli europei sono poco prolifici, però noi siamo a livelli molto bassi a partire dalla metà degli anni 60. Il dato allarmante è che negli ultimi 2 anni la popolazione italiana sta diminuendo”. Questo comporta che “stiamo diventando un Paese di anziani; noi che alla fine degli anni 50 eravamo tra i Paesi più giovani, con metà della popolazione poco più che trentenne, oggi supera i 45”.(agi)